Publifarum n° 18 - Lingua e Diritto. La Lingua della Legge, la Legge nella Lingua

Il paesaggio dei geografi e dei giuristi

Giuseppe ROCCA



Abstract

L’autore analizza l’evolversi delle correnti di pensiero geografico sullo studio del paesaggio. Tale fenomeno, infatti, considerato inizialmente in termini naturalistici da Alexander Von Humboldt, a partire dal Novecento è stato interpretato da Vidal de la Blache con riferimento anche alle forme dovute all’azione umana. Dagli anni Settanta il paesaggio umanizzato è stato recepito in una chiave di lettura sistemica (Bertrand), mentre in questi ultimi vent’anni i geografi mostrano un approccio sempre più orientato ai simboli e ai sentimenti legati agli elementi di fondo del paesaggio stesso. Una seconda parte del contributo considera invece il paesaggio in termini di bene culturale oggetto di tutela, sulla base delle norme giuridiche emanate dapprima in sede nazionale e dal 2000, come bene in grado di favorire uno sviluppo sostenibile del territorio, in applicazione della Convenzione Europea del Paesaggio, recepita dall’Italia nel 2004 con l’approvazione del cosiddetto «Codice dei beni culturali e del paesaggio» e dai suoi successivi aggiornamenti.

1 - Dal paesaggio naturale al paesaggio umanizzato

In ambito geografico il paesaggio è diventato oggetto di studio da circa due secoli, venendo ad assumere una centralità sempre maggiore all’interno della disciplina stessa. Agli inizi dell’Ottocento, infatti, H.G. Hommeyer definisce il paesaggio come una «unità spaziale di carattere estetico-geografico, derivante dall’impressione che le forme e le proporzioni di tutto il territorio visibile producono sul sentimento», atto cognitivo sintetico che consente di riconoscere una totalità entro la quale, successivamente, saranno distinti gli oggetti da esaminare da parte dell’osservatore (FARINELLI, 1976: 22; ZERBI, 1994: 3). Un primo modo di considerare il paesaggio sotto lo sfondo di un primo tentativo di teoria geografica si intravede però nell’opera di Alexander von Humboldt, che sempre nella prima metà dell’Ottocento cerca di definire il paesaggio intendendolo come «frazione percettibile della natura», individuabile a sua volta in due momenti distinti: da un lato, il momento goethiano, basato sull’Eindrueck, nel senso di «immagine e cioè di intuizione rivelata primitivamente all’animo come un vago presentimento dell’armonia e dell’ordine dell’universo, e dall’altro il momento kantiano, basato invece sull’Einsicht, ossia l’esame dei nessi causali derivanti da quotidiane e rigorose osservazioni. Intuizione e ragione insieme costituiscono pertanto il processo cognitivo attraverso il quale la natura, che è esterna al soggetto, viene interiorizzata, realizzando così l’unità del soggetto (lo spirito) e dell’oggetto (la natura). In altre parole, il paesaggio, appreso dapprima come «totalità» nel momento della contemplazione estetico-sentimentale, viene poi conosciuto nelle sue parti nel momento razionale, poiché la parte è simbolo del tutto. La teoria humboldtiana sul paesaggio, però, conduce più ad un’estetica kantiana che ad una schematizzazione geografica, in quanto la nozione di paesaggio viene a confondersi con quello di «Natura», o addirittura ad identificarsi, come del resto lo stesso Humboldt dichiara nel suo Voyage in Venezuela (SERENO, 1983: 1247).
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento il modello cognitivo humboldtiano incomincia ad essere considerato soltanto nel momento goethiano, da intendersi non soltanto come esercizio dello sguardo, ma anche come valorizzazione del senso del rispetto alla ragione e in termini di rifiuto del razionalismo per l’empirismo. In un clima influenzato nettamente dal positivismo, il paesaggio diventa quindi un fenomeno conoscibile soltanto attraverso l’esperienza sensibile, il che equivale a dire che è essenzialmente forma, oppure sintesi degli elementi visibili, come arriverà a concludere nel 1938 Vidal de la Blache sul fronte del possibilismo. In questa ultima ottica il paesaggio viene pertanto inteso come l‘insieme delle forme o fattezze sensibili del territorio, che si sono delineate e stratificate nel tempo per effetto dell’incontro tra cultura e tecnologie da un lato, e il substrato fisico dall’altro (VALLEGA, 1999: 92). Seguendo tale visione si cessa pertanto di considerare il paesaggio come semplice espressione di forme fisiche, dal momento che al concetto di «paesaggio naturale» si viene a sostituire quello di «paesaggio umanizzato»; in secondo luogo, la cultura e la tecnologia diventano importanti fattori per la comprensione delle impronte che l’uomo e la società in cui vive riescono ad imprimere sul territorio, sicché il paesaggio finisce per non essere altro che la risultante di processi derivanti da relazioni biunivoche tra natura e storia. Sempre secondo l’impostazione vidaliana il paesaggio viene ad identificarsi come qualcosa di «unico», in quanto costruito dall’unicità della cultura delle comunità locali, che gli hanno dato forza attraverso la loro interazione con la Natura. Infine, il paesaggio, proprio per il fatto di essere unico ed irripetibile, costituisce la componente capace di dare autonomamente forma ad una qualunque regione geografica e che quindi permette di differenziarla dalle altre.
Nel corso degli anni Trenta del Novecento, sotto l’influenza del pensiero vidaliano, lo studio del paesaggio, venne a registrare il suo momento di apogeo. Non a caso, nel 1938, anno in cui si svolse uno dei numerosi Congressi geografici internazionali, Emmanuel De Martonne, importante esponente della geografia francese vidaliana, non esitò a protestare vivacemente per il fatto che nel programma dell’evento fosse stata inclusa soltanto una sezione dedicata al paesaggio, esclamando: “Perché una sezione sul paesaggio? Ma il paesaggio è tutta la geografia”. Sempre in quel periodo, sotto l’influenza del pensiero determinista e possibilista, anche in Italia la geografia mancò di dedicarsi allo studio teorico ed empirico del paesaggio: infatti, seppure con alcuni anni di ritardo, a causa del secondo conflitto mondiale, nel 1947 Renato Biasutti pubblicò per i tipi dell’Utet un’opera dedicata al paesaggio terrestre, inteso come strumento da privilegiare per «regionalizzare» l’intera superficie terrestre. Inoltre, per usare tale strumento senza dar adito ad equivoci, il Biasutti venne a distinguere anzitutto il paesaggio «sensibile» (ossia percettibile con tutti i sensi) dal paesaggio «geografico», intendendo quest’ultimo come la sintesi astratta dei paesaggi visibili, dal momento che esso tende a rilevare dagli stessi paesaggi visibili gli elementi e i caratteri che presentano le più frequenti ripetizioni sopra uno spazio più o meno grande, superiore, in ogni caso, a quello compreso da un solo orizzonte (BIASUTTI, 1947: 2). E come osserva Maria Clara Zerbi, proprio per il fatto che il paesaggio è formato da un numero finito di elementi, permette di andare ad individuare alcuni «tipi», ossia quelle categorie fondamentali che lo stesso Biasutti aveva indicato come le grandi forme del paesaggio terrestre, individuabili a loro volta attraverso la selezione di quattro categorie di fenomeni: il clima, la morfologia, l’idrografia e la vegetazione (ZERBI, 1994: 9). Nella seconda edizione dell’opera, pubblicata nel 1962, viene fatto posto all’uomo, ma essenzialmente come «una fra le tante unità della vita», e cioè come ad un elemento del paesaggio naturale.
Sempre nei primi anni del secondo dopoguerra si deve invece ad Aldo Sestini l’introduzione in geografia del termine paesaggio «antropogeografico», definito dal geografo fiorentino come «una formula che salda l’uomo al paesaggio, legittimando la piena considerazione del suo ruolo» (SESTINI, 1947: 153; ZERBI, 1994: 11), destinato a variare non soltanto nello spazio geografico, ma anche nel corso del tempo: infatti, secondo questo studioso «gli aspetti odierni di un fenomeno, fisico ed antropico, vanno concepiti come una fase particolare di uno svolgimento, come un anello in una lunga serie, che ha le sue radici nel passato e protende i suoi rami nel tempo avvenire». Successivamente, agli inizi degli anni Sessanta, un’autorevole sistemazione concettuale dell’idea di paesaggio, del suo ruolo nella ricerca geografica e soprattutto della metodologia d’indagine, viene offerta da Umberto Toschi, che cerca di evidenziare le fondamentali differenze del paesaggio dei geografi rispetto al paesaggio dei non geografi: il primo, infatti, comprenderebbe anche «ciò che è dietro a quel che l’occhio vede da un punto», come si potrebbe concretamente cogliere con una visione aerea, ed inoltre è considerato «nel tempo», nel senso che le mutazioni cui va soggetto vengono incluse come una caratteristica dello stesso. Il paesaggio dei geografi, precisa, è «l’insieme di tutte le fattezze sensibili di una località, nel loro aspetto statico e nel loro dinamismo» (TOSCHI, 1962: 1-16).
Sotto il profilo geografico vale quindi la pena di sottolineare ancora una volta che il paesaggio non va considerato soltanto come oggetto di contemplazione o di fruizione estetica, in quanto nella realtà delle cose costituisce un terreno di pratiche sociali, interpretabile soltanto alla luce di spiegazioni storicistiche: in altre parole lo studio della «struttura» si viene a contrapporre a quello della «forma», che secondo l’approccio vidaliano era tutto il paesaggio, mentre secondo l’impostazione storicistica, sostenuta da Lucio Gambi già all’inizio degli anni Sessanta, si ridurrebbe alla sola punta dell’iceberg-paesaggio, in quanto secondo una maniera apparentemente paradossale si potrebbe giungere alla definizione secondo cui «il paesaggio è soprattutto ciò che non si vede», e pertanto un qualunque paesaggio può entrare come «forma» nella cultura, ma soltanto a condizione di intendere le «forme» come risultati finali di svariati processi storici. Si comprende allora come, a partire dagli anni Sessanta, l’attenzione teorica venga a decrescere e quasi parallelamente gli studi empirici diventino sempre più rari: infatti, le uniche significative eccezioni negli ultimi decenni sono rappresentate da ricerche finalizzate alla ricostruzione, soprattutto diacronica, delle strutture e dei processi, a cui si accennerà in parte nei paragrafi successivi (GAMBI, 1964).

2 - Dal paesaggio come «sistema» al paesaggio come «realtà immaginata»

Se da un lato la società muta, dall’altro il paesaggio può anche non cambiare sotto il profilo formale, mentre si trasforma sempre sotto il profilo della sua struttura, in quanto mutano i ruoli, ossia i significati, le funzioni dei suoi elementi, a causa del modificarsi delle relazioni (o legami) che intercorrono tra gli uomini, tra le cose e tra gli uomini e le cose. In considerazione di ciò si giustifica allora uno studio del paesaggio capace di cogliere i diversi livelli di durata, dove la loro ricostruzione permette appunto di individuare il senso del paesaggio: tale categoria di analisi è conosciuta in geografia storica come analisi morfogenetica, consistente proprio nello scomporre e ricomporre il paesaggio nei suoi elementi costitutivi e nella dinamica dei legami che intercorrono tra gli elementi stessi, allo scopo di ricostruirne il processo genetico ed evolutivo. In questa prospettiva il paesaggio è allora definibile come un sistema spazio-temporale, da intendersi come sistema «aperto», essendo sottoposto ad un processo mai concluso, per il manifestarsi di un continuo gioco dialettico tra sincronia e diacronia, ossia tra evento e durata, e quindi tra scale spaziali e scale temporali.
Anche secondo il geografo fisico George Bertrand, il paesaggio agrario viene definito come un sistema integrato e funzionale, i cui elementi (insediamenti, struttura particellare, strade, ecc.) sono dinamicamente solidali gli uni con gli altri, e quindi indissociabili. Così, nonostante il fattore storico sia ridimensionato rispetto a quello ecologico, il paesaggio viene paragonato ad un ecosistema scomponibile a sua volta in tre sottosistemi interagenti, e cioè: il subsistema socio-economico avente come fine lo sfruttamento dello spazio a scopo di profitto; il sottosistema (o potenziale) abiotico, costituito dalle componenti inerti del paesaggio, quali il substrato geologico, il rilievo, il clima e le acque; il sottosistema (o “complesso”) biologico, costituito dall’insieme delle comunità vegetali e animali. Secondo tale impostazione concettuale i diversi tipi di agricoltura non vanno valutati come forme conflittuali del rapporto «società-natura», impostazione comunemente seguita da tutti coloro che aderiscono ad una concezione strettamente ecologica del suddetto rapporto, quanto piuttosto come forme di sviamento della produzione naturale verso fini esterni a quelli legati al funzionamento dell’ecosistema. Il paesaggio agrario, secondo tale ottica, viene allora a coincidere con un agrosistema, inteso non nel senso di insieme di strutture agrarie interdipendenti, concetto a cui fanno di norma riferimento storici, geografi, economisti, ecc., bensì nel significato di ecosistema «troncato», ossia interrotto dall’uomo, agente esportatore di energia.
Il paesaggio va pertanto letto attraverso la lunga sequenza di mutamenti avvenuti nei tre suddetti sottosistemi, capaci a loro volta di formare l’agrosistema: e utilizzando questa lente il paesaggio può allora essere concepito come un «archivio» in cui si depositano in modo irreversibile le tecniche agronomiche, ed in particolare quelle che hanno inciso fortemente sulle trasformazioni del territorio, come nel caso delle varie tecniche del fuoco per la preparazione del campo (di cui l’esempio più conosciuto è il debbio), oppure di quelle per lo sfruttamento forestale, oppure ancora di quelle legate alla scelta del tipo di aratura. Non si deve infatti dimenticare che i processi di erosione del suolo avvenuti nelle colline della valle del Chianti sono in parte un’eredità delle antiche sistemazioni a ritocchino1, fenomeno che è stato parzialmente e temporaneamente ridimensionato dalla successiva costruzione di ciglioni, simili solo in parte al terrazzamento, in quanto l’argine dei singoli ripiani non è formato da un muretto, ma dal ciglione, cioè dalla parete del terrapieno, spesso rafforzata con l’impianto di alberi. E così, sempre a titolo di esempio, in molte regioni d’Europa la pratica del debbio ha influenzato le condizioni podologiche del suolo, non solo correggendo temporaneamente l’acidità del suolo, ma anche modificando stabilmente la tessitura e la struttura dei suoli argillosi. E ancora, nelle colline del Monferrato l’introduzione del trattore ha obbligato a orientare i filari dei vigneti nel senso della pendenza, fatto questo che tuttavia ha fatto riemergere i problemi di erosione e di impoverimento della coltre di humus. Infine, in certe regioni di transumanza quali l’Abruzzo e la Puglia, i tratturi, un tempo aperti e mantenuti dal passaggio periodico dei pastori e delle loro greggi, non solo restano disegnati come elemento formale nel territorio, ma sono all’origine di praterie secondarie formate dal pascolo del bestiame durante il trasferimento e la cui economia vegetale non è affatto mutata, anche se oggi i tratturi non sono più utilizzati.
A partire dagli anni Settanta nelle opere di alcuni geografi si osserva una tendenza, sempre più frequente, a distinguere i paesaggi autentici dai paesaggi assurdi, e cioè quelli in cui si riflette l’esperienza individuale e collettiva rispetto a quelli che non risultano affatto conseguenti alla cultura della gente che vi è insediata: in questo secondo caso ci si viene infatti a trovare di fronte a stereotipi di un paesaggio disegnato (e quindi immaginato), inteso cioè come paesaggio pensato astrattamente e pertanto derivante da una programmazione (o pianificazione) dello spazio che non è affatto espressione di uno spazio vissuto, ossia frutto della cultura, con tutte le sue specificità a scala locale e con i suoi significati oggettivi e simbolici. In altre parole, in conseguenza di un’organizzazione del territorio derivante dall’applicazione di modelli astratti, quali sono i modelli di uno spazio agrario, ipotizzato da Heinrich von Thünen, oppure a carattere industriale come quello pensato da Alfred Weber, o urbanizzato, con funzioni industriali o terziarie, come quelli considerati da Christaller o da Lösch, tutti ampiamente utilizzati in geografia e in discipline territoriali affini, si rischia di venire a creare paesaggi assurdi, ingenerando inevitabili situazioni di conflitto tra progettazione e cultura, c cioè tra spazio pensato spazio vissuto. E se le uniche immagini possibili sono quelle fabbricate artificiosamente, non più in rapporto alla cultura, ma agli interessi economici e politici che sono sottesi ad ogni decisione in materia di organizzazione del territorio, la prospettiva è quella di una «fine del paesaggio», oggetto ormai soltanto di consumo e non di produzione. Non a caso, sul finire degli anni Settanta, Yves Lacoste si chiedeva «À quoi sert le paysage?», riferendosi da un lato al paesaggio in sé e al concetto geografico di paesaggio, e dall’altro a tutta l’ambiguità di una scienza - la geografia - che attorno al concetto di paesaggio ha costruito una parte non facilmente rimovibile della propria storia (LACOSTE, 1977: 3-41). E tale domanda, come osserva ancora la Sereno, può essere riformulata sia davanti alla constatazione che «i ritmi di alterazione dei paesaggi hanno subito una forte accelerazione ... per effetto anche dell’accresciuta incapacità di produrre paesaggi», sia per il fatto che «la ricerca geografica tradizionale, depositaria degli studi in materia, sul tema del paesaggio sembra tendere al disarmo» (SERENO, 1985: 469).
Nella società del placelessness il bisogno di paesaggio ha reso comunque indispensabile una nuova scienza del paesaggio, capace di analizzare tale fenomeno soprattutto come prodotto sociale, e quindi non più come semplice scenario o entità ecologica, bensì come entità politica e culturale, continuamente mutevole nel corso della storia. Quasi in parallelo, però, a partire dalla metà degli anni Ottanta ha iniziato ad riaffermarsi una definizione di paesaggio culturale in cui, se da un lato vengono enfatizzati gli aspetti legati alla cultura non materiale, dall’altro viene riproposta l’importanza della «forma», ma intesa in una nuova concezione, ossia come insieme di segni in grado di rimandare direttamente ai valori e alle intenzioni, posizione che la geografia storica sembrava aver superato da tempo. In particolare, in un volume che Denis Cosgrove, nel 1984, ha dedicato al paesaggio, si cerca di analizzarne il rapporto tra significato e struttura allo scopo di comprendere soprattutto l’idea di paesaggio: infatti, focalizzando il paesaggio simbolico, l’autore ha dimostrato che alla base dell’idea di paesaggio, fin dalle sue origini rinascimentali, vi è un atteggiamento ideologico basato sulla distinzione tra insider e outsider, ossia fra chi produce e vive quotidianamente il paesaggio senza riconoscerlo come tale (per esempio il contadino) e chi invece lo guarda da lontano, dall’esterno con un apprezzamento estetico (il bel paesaggio) che è tuttavia funzionale a determinate scelte economiche. Il paesaggio diventa così la visione dell’outsider che attraverso questo tipo di rappresentazione, oltre a riconoscere un ordine nel mondo che contempla, esercita un controllo sociale sul territorio, sottraendolo ai produttori e curatori del paesaggio.
Tuttavia, come osserva Massimo Quaini, «l’enfasi sul valore simbolico del paesaggio fa sì che Cosgrove neppure si ponga il problema della corrispondenza dei paesaggi ideali o ideologici con il paesaggio reale, cioè il problema della verità storica o della corrispondenza alla realtà delle rappresentazioni paesistiche», che è invece il problema che ci si dove porre quando si vuole decifrare in maniera realistica le fonti storiche per tracciare un itinerario investigativo che permetta di comprendere le diverse pratiche e i saperi inerenti alle risorse locali che hanno concorso alla formazione di paesaggi agro-silvo-pastorali (QUAINI, 1994: 10-11; MORENO, 1990). È dunque su questo ultimo terreno, piuttosto che su quello di Cosgrove e della geografia umanistica, che il concetto di paesaggio - con le sue inevitabili specificazioni: agrario, forestale, urbano, ecc. – si dovrebbe tradurre in nuove categorie e strumenti analitici, che solo in quanto si sostituiscono al concetto di paesaggio si dimostrano idonei ad operare all’interno di campi di ricerca quali la geografia storica, la storia del paesaggio agrario, la storia urbana, ecc.
L’altro terreno - quello per intenderci di Cosgrove, che la Sereno definisce del pensiero «debole» - resta comunque necessario, per l’importanza di alcuni elementi soggettivi insiti nel paesaggio inteso in termini culturali, al cui riguardo l’Andreotti osserva che costruire un concetto culturale intorno a un paesaggio significa in primo luogo analizzarne l’aspetto prevalente (umanistico, economico, turistico, etnico, linguistico, ecc.), senza però dimenticare che questa prevalenza può anche stare al paesaggio, così come nella cultura ellenica la maschera tragica greca stava all’attore. E a puro titolo di esempio questa geografa, esponente della geografia culturale in Italia, osserva che il fiume Arno, così come può essere percepito da uno straniero completamente ignaro della storia d’Italia, della Toscana e di Firenze in particolare, non può essere altro che un fiume gettato dal Casentino sino a Pisa, attraverso la Toscana, mentre osservato e interpretato da una persona colta e sensibile è anzitutto “quel fiumicello che nasce in Falterona”, di dantesca memoria e che, in corrispondenza di Pisa, trasporta sul Tirreno gli eventi, le fortune, i destini, i drammi, le avventure, le benedizioni della terra toscana che attraversa e più ampiamente di quella italiana. In altre parole, «per costui, in corrispondenza della Piazza dei Miracoli di Pisa, ove la torre e il battistero sembrano concludere il corso del fiume, i vincoli culturali sopraffanno qualsiasi osservazione freddamente geografica perché proprio quegli eventi culturali coloriscono la geografia di segni dai quali non potrà mai prescindere» (ANDREOTTI, 1994: 46-47).

3 - Il paesaggio come bene culturale complesso e meritevole di tutela.

In geografia il concetto di paesaggio discende da quello di territorio, intendendo con quest’ultimo termine una porzione della superficie terrestre definita non soltanto sulla base dei suoi elementi fisici, ma anche e soprattutto in termini di presenza di un’organizzazione sociale che ha impresso segni materiali assai evidenti nel corso del tempo. Mettendolo in relazione con il territorio, Giuliana Andreotti ha definito a sua volta il paesaggio come una sorta di sistema «superiore» in grado di esprimere nei confronti del territorio stesso «la consapevolezza, la peculiarità, la filosofia», e cioè «un qualcosa di vivo e palpitante con una memoria e un linguaggio» messi in atto da un «lungo sedimentare di processi di interazione tra uomo e ambiente» (ANDREOTTI, 1994: 39).
Per comprendere come il paesaggio scaturisca dal territorio può essere utile far ricorso ad un passo dovuto a Peris Persi, il quale illustrando il paesaggio marchigiano come prodotto del sistema della mezzadria, afferma che la mezzadria, con le sue regole precise, ha richiamato in quella regione «la sua trama anarchica e policroma, producendo un paesaggio frutto di un particolare rapporto con la terra, sofferto nelle membra e nello spirito del contadino, e da questi vissuto in modo ancestrale, quasi religioso e panteistico». Di conseguenza, l’adesione alla terra, madre della vita, ha tenuto soltanto fino a quando «è riuscito a resistere anche l’assetto collinare fatto di case sparse, di poderi minimali, di filari e seminativi consociati, di promiscuità colturali, di relazioni, ora armoniche ed ora antitetiche, col vicino borgo e con la più lontana città» (PERSI, 2001: 484). Un tipo di paesaggio definito in questi termini non è comunque esclusivo del territorio marchigiano, in quanto può essere esteso anche ad altri territori italiani, dalla Toscana (Valdarno, Val di Chiana, Val di Nievole, Val d’Orcia) al Piemonte (Alta Langa, Alto e Basso Monferrato, ecc.) e pertanto, se si vuole che questo fenomeno complesso rappresenti un importante strumento di differenziazione regionale, è necessario che lo studioso ne evidenzi le peculiarità. Inoltre, la complessità evidenziata dal fenomeno “paesaggio” appare ancor meglio quando il geografo cerca di seguire contemporaneamente i diversi approcci percorribili nell’analizzarlo: infatti, il paesaggio può essere considerato in termini oggettivi e soggettivi, paragonandolo quindi ad un modello (ossia ad una costruzione razionale), oppure ad un simbolo o ad un insieme di simboli, o ancora, nella visione storico-materialista sostenuta da Paola Sereno, Massimo Quaini e Diego Moreno, studiandolo come un sistema di elementi appartenenti a svariati processi di territorializzazione prodotti dalla storia.
Secondo l’impostazione oggettiva più o meno influenzata dallo strutturalismo, nell’analisi del paesaggio si tende a privilegiare la fisionomia materiale delle realtà territoriali. In altre parole lo studioso cerca di individuare anzitutto i rapporti di causalità tra gli elementi fisici ed umani in tutte le combinazioni possibili, per descrivere poi le forme che ne derivano, con la conseguenza di una retorica dura, tendente a considerare il paesaggio come un insieme di manifestazioni morfologiche dell’equilibrio tra uomo e natura. La rappresentazione su base semiotica cerca invece di comprendere il paesaggio, prescindendo dalla ricerca di nessi di causalità tra gli elementi per individuare da un lato i simboli che è in grado di evidenziare ed ipotizzare dall’altro relazioni, spesso ambigue, tra gli elementi e i simboli. Inoltre, se la rappresentazione convenzionale (strutturalista) offre il meglio di sé quando considera gli spazi con l’obiettivo di cogliere le conseguenze dei processi fisici e le manifestazioni d’assieme della presenza umana, dall’altro la rappresentazione semiotica pone in primo piano il «luogo», sicché il paesaggio è un unicum costituito da un insieme di simboli in grado di esprimere l’individualità del territorio cui risulta associato.
L’interpretazione simbolica del paesaggio è considerata utile soprattutto per rappresentare e interpretare i paesaggi urbani, assai spesso trascurati dagli studi di tipo convenzionale: le città, infatti, costituiscono spazi ricchi di simboli in grado di condurre a significati di vario genere, da quelli del rapporto tra esistenza e società a quelli dei rapporti tra esistenza e trascendente: lo dimostra, ad esempio il Vittoriano, che costituisce un elemento di spicco dell’imponente corredo di simboli di cui si ammanta Roma, dal momento che esso fu concepito per rappresentare un monumento destinato a richiamare nella mente degli Italiani la loro identità nazionale. Il suo disegno, impostato sulla figura dell’altare, il simbolo del milite ignoto, non assume però soltanto un valore celebrativo dei caduti per la patria, in quanto offre anche l’opportunità di incorporare il significato delle spazialità fisiche, corporee, nell’interpretazione del contesto urbano e del paesaggio monumentale destrutturato in quanto sistemi, trasmettendone però alcune componenti che, pur avendo mutato talvolta significato e funzione, si ricompongono di un nuovo sistema, ristabilendo altri legami con altri oggetti che conducono al manifestarsi di nuovi processi di trasformazione del territorio e quindi del paesaggio.
Se non in casi del tutto eccezionali, il paesaggio non appare museificabile, poiché se da un lato rappresenta la risultante di tante età, dall’altro evidenzia un presente effimero con nessun futuro. Il paesaggio, oltre ad identificare e permettere di distinguere una regione dall’altra, in certi casi costituisce un vero e proprio bene culturali, non tanto da congelare nel presente, quanto piuttosto per la funzione storico-culturale che è in grado di esercitare. Si comprende allora come il paesaggio culturale, inteso come insieme di simboli e come identificazione di valori che caratterizzano un determinato territorio costituisce un patrimonio meritevole di tutela, soprattutto in un territorio come quello italiano, dotato sicuramente di paesaggi tra i più celebri al mondo qualunque sia la scala dimensionale che si intende privilegiare, dal piccolo centro storico o ad un’area più o meno estesa di natura costiera, pianeggiante, collinare o montana. A tal riguardo, come osserva Elio Manzi, tali paesaggi possono essere percepiti in maniera diversa e «filtrati a seconda del livello culturale, dell’imperversare del luogo comune, dell’immagine del passato che è solo storia del territorio» o anche banale descrizione, ma pur sempre rispettabile, fatta da persone comuni, magari poveri emigranti, nel ricordare i luoghi comuni del loro spazio vissuto (MANZI, 2001: 391). I paesaggi culturali sono quindi caratterizzati da una loro identità difficile, spesso più sentita dagli stranieri e dai turisti che non dai residenti che lì vivono quasi quotidianamente, come nel caso del Vesuvio e dei luoghi vicini come Pompei, Ercolano e la stessa Napoli con tutto il suo golfo e le sue isole, assai frequentati ed ammirati dai viaggiatori tedeschi ed inglesi nel Settecento, anche se l’elenco potrebbe essere esteso ad altri luoghi italiani ed in particolare alle città che per lunghi periodi storici sono state capitali, come nel caso di Roma, Milano, Torino, Genova, Venezia, Napoli e Palermo, solo per citare gli esempi di maggior rilievo (MANZI, 2001: 392).
La legislazione a tutela del paesaggio è intervenuta in vari modi, spesso tardivamente, stabilendo direttive da seguire in materia di valorizzazione e tutela del paesaggio, le cui origini si possono individuare in Italia agli inizi del Novecento con la legge 411 del 16 luglio 19052, quando la Pineta di Ravenna, certamente non ancora minacciata dal turismo, ma da alcune proposte di sistemazione agraria (TOSCO, 2001: 13). A questo primo provvedimento legislativo seguirà la legge n. 364 del 20 giugno 1909, ma per giungere al primo importante strumento legislativo riferito alla tutela del paesaggio e ai beni culturali si dovrà attendere la legge n. 778 dell’11 giugno 1922, dedicata alla “tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico” e patrocinata da Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo Giolitti. Tale normativa verrà poi aggiornata dalla legge n. 1497 del 22 giugno 1939, dedicata ancora una volta alle «bellezze naturali e panoramiche», introducendo per la prima volta la possibilità di utilizzazione dei «piani territoriali paesistici». Anche l’articolo 9 della Costituzione ribadirà nell’immediato secondo dopoguerra l’obbligo da parte dello Stato di tutelare il paesaggio (MISCIOSCIA, 2004: 286), ma soltanto con la legge n. 431 dell’8 agosto 1985, meglio conosciuta come Legge Galasso, essendo stato Giuseppe Galasso, uomo politico ed emerito studioso di storia, a proporre a livello normativo una serie di tutele sui beni paesaggistici e ambientali3.
Nel corso degli anni Novanta si è andato affermando il concetto di «turismo sostenibile», che si riferisce ad una gestione del turismo capace di garantire il soddisfacimento dei bisogni legati al tempo libero senza intaccare l’integrità delle culture locali, la natura, le biodiversità e il paesaggio, che divengono aspetti qualificanti dell’offerta turistica. A tale riguardo la «Carta di Lanzarote», così denominata perché approvata nel 1995 nell’omonima isola, quella in posizione più nord-orientale nell’Arcipelago delle Canarie, afferma che «lo sviluppo del turismo deve essere basato sul criterio di sostenibilità, ovvero deve essere ecologicamente sostenibile nel lungo periodo, economicamente conveniente, eticamente e socialmente equo nei riguardi delle comunità locali». Il turismo sostenibile ha quindi l’impegno di tutelare il patrimonio paesaggistico, cercando quindi di contenere l’impatto delle proprie infrastrutture e dei turisti stessi, attraverso interventi capaci di far interagire le politiche di sviluppo e promozione turistica con le politiche dell’ambiente e del territorio. Di conseguenza il concetto di paesaggio, considerato fino ad allora come «sintesi di valori naturalistici di eccellenza e di beni culturali», si è evoluto in quegli anni fino ad essere concepito, in occasione della Convenzione Europea del Paesaggio (CEP) svoltasi a Firenze nell’ottobre del 2000, come un’importante componente del territorio da valutare, pianificare, gestire e tutelare in termini di identità culturale, di trasformazioni socio-economiche e di partecipazione civile.
La Convenzione Europea del Paesaggio è stata recepita dall’Italia, che a distanza di quattro anni ha approvato il «Codice dei beni culturali e del paesaggio», conosciuto anche come «Codice Urbani», essendo stato proposto e patrocinato da Giuliano Urbani, ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali, ma anche emerito studioso di scienza della politica a proporlo. Emanato con decreto legislativo del 22 gennaio 2004 e successivamente modificato da altri decreti legislativi nel 2006 e nel 2008 (D.lgs. n. 63/2008), il Codice Urbani costituisce oggi il principale riferimento normativo italiano, attribuendo al Ministero per i Beni e le Attività Culturali il compito di tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio culturale italiano (CIAGLIA, 2009). Questo strumento legislativo invita anche le regioni e gli enti locali alla stesura di piani paesaggistici, meglio definiti come «piani urbanistico territoriale con specifica attenzione ai valori paesaggistici», che spesso prevedono: iniziative di educazione ambientale sul paesaggio locale, attraverso l’organizzazione di corsi di formazione di operatori del turismo sostenibile; consultazioni e indagini sistematiche non soltanto sulla qualità dell’offerta culturale e ricettiva, ma anche e soprattutto sulla percezione manifestata dai turisti-visitatori o dagli studenti durante le uscite didattiche nel rapportarsi con il paesaggio, con il territorio, con le sue risorse e con la comunità locale delle mete visitate; campagne di sensibilizzazione rivolte ai residenti e ai turisti-visitatori e agli studenti sul turismo sostenibile e sulle risorse paesaggistiche locali.

Riferimenti bibliografici

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Note

↑ 1 Si tratta di un sistema per regolare il deflusso dell’acqua piovana verso valle, attuato mediante lo scavo di fosse di raccolta, disposte lungo le linee di massima pendenza e provviste di piccoli bacini con pietrame, questi ultimi destinati a diminuire la velocità dell’acqua.

↑ 2 In quell’anno, infatti, durante il secondo governo Giolitti, a ricoprire la carica di Ministro dell’Agricoltura era Luigi Rava, nativo di Ravenna, assai sensibile ai problemi della tutela e della conservazione dei beni pubblici e promotore in parlamento di una legge per la tutela della pineta, destinata a diventare il primo provvedimento in Italia dedicato alla salvaguardia del paesaggio storico-culturale, in quanto la pineta, pur popolata di alberi e non di opere d’arte, era considerata da molti una sorta di “monumento nazionale”, avendo ispirato a metà Trecento il Boccaccio. Lo scrittore, infatti, dedica l’ottava novella della quinta giornata, che fa parte del suo Decameron, a Nastagio degli Onesti, racconta la drammatica esperienza (l’aver assistito all’uccisione di una donna) vissuta da questo personaggio e ambientata proprio nella pineta che circondava la città di Ravenna, fascia verde estesa intorno alle zone paludose sul delta del Po. La novella di Boccaccio aveva in seguito colpito la fantasia di poeti e anche di alcuni pittori, tra cui quelli della scuola del Botticelli, che illustrarono su una serie di quattro tavole (tre conservate al Museo del Prado di Madrid ed una alla Watney Collection di Charbury nell’Oxfordshire in Inghilterra) lo svolgimento narrativo della novella. Questo esempio serve anche a comprendere le due diverse dimensioni dimenzioni che stanno alla base del concetto di paesaggio: quella “soggettiva”, riguardante la percezione letteraria ed artistica, e quella “oggettiva”, rappresentata invece dalle norme di tutela, che hanno fissato un valore oggettivo di quel tratto di costa occupato dalla pineta nei pressi di Ravenna, degno di essere sottoposto a vincolo di salvaguardia (C. TOSCO, 2007: 14-16).

↑ 3 In questo provvedimento si classificano le bellezze naturalistiche in base alle loro caratteristiche peculiari, suddividendole per classi morfologiche. Inoltre, per la prima volta nella storia italiana, le regioni, da poco costituite, vengono obbligate alla redazione di un Piano Paesistico in grado di tutelare il territorio e le sue bellezze, con la possibilità di imporre il totale divieto ad edificare in aree alpine al di sopra dei 1.600 m. e in quelle appenniniche al di sopra dei 1.200 m., in quelle costiere marine e lacuali a distanza di 300 m. dalla riva e in quelle fluviali a 150 m. sottoponendo tali aree alla giurisdizione demaniale (MISCIOSCIA, 2004: 288).

 

Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
Open Access Journal - ISSN 1824-7482