Publifarum n° 28 - Periferie: percezioni, conflitti e rigenerazioni

Metafore dello spazio urbano: la (de)nominazione in terminologia come posizionamento epistemico

Micaela ROSSI



Abstract

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Quali dinamiche semiotiche ed epistemologiche sono all’opera nella creazione di nuovi termini? Quali fattori possono influenzare la selezione di nuove denominazioni, in grado di designare nuovi paradigmi teorici e operativi? Per fornire una prima, parziale risposta a questi interrogativi, il nostro contributo analizza un corpus di termini relativi alle evoluzioni nell’organizzazione degli spazi urbani durante il XX secolo, passando in rassegna le principali metafore e le ideologie che tali metafore sottendono, con particolare attenzione per le migrazioni metaforiche di termini paradigmatici da un dominio ad altri domini più o meno strettamente connessi.

Ce qui se conçoit bien s'énonce clairement
Et les mots pour le dire arrivent aisément
(N. Boileau, L’Art poétique, 1674)

1. Il processo di (de)nominazione metaforica in terminologia

La creazione di nuove denominazioni per i concetti specialistici è tradizionalmente considerata come un processo intrinseco alla vita dei linguaggi settoriali: appare infatti come un’evidenza che l’evoluzione di nuovi referenti esiga incessantemente la creazione di nuove denominazioni. Per questo motivo, forse, gli studi terminologici sulla neonimia hanno spesso tendenza a concentrarsi sulla prospettiva formale - affrontando piuttosto aspetti inerenti la morfologia dei termini di specialità - o sui processi di normalizzazione e standardizzazione.1 Il processo di denominazione2 è allora interpretato come semplice etichettatura del concetto, nel rispetto del postulato della biunivocità stabilito dalla Teoria Generale della Terminologia (TGT), e il termine è da analizzarsi come mera designazione denotativa, « pur de toute connotation, univoque, précis et monoréférentiel » (“scevro di qualunque connotazione, univoco, preciso e monoreferenziale” - SLODZIAN, 1995: 14). Tuttavia la nostra intuitiva esperienza, anche nei casi in cui non si abbia un’effettiva competenza in un dato ambito specialistico, non può non suggerire che il termine veicoli ben più di una designazione asettica. La dicotomia tra termine e parola, spesso citata negli studi terminologici (e riassunta qui di seguito dalla citazione di THOIRON e BÉJOINT) è in realtà molto meno netta di quanto non appaia nella TGT:

On a tendance à dire que le sens d’un terme se confond avec la conceptualisation de ce qu’il désigne, alors que le sens d’un mot, son signifié saussurien, comprend d’autres composants, parfois désignés par le terme de connotation, que la communauté, ou chaque locuteur, constitue petit à petit au fur et à mesure que s’accumulent les usages. (THOIRON, BEJOINT, 2010 : 108)3

Come le parole, e in particolare nel momento in cui il termine altro non è che la specializzazione semantica e pragmatica di una parola della lingua comune (il processo che KOCOUREK, 1991: 105 denomina terminologizzazione), i termini non possono non suggerire al ricevente una serie di inferenze semantiche possibili. Al di là della mera relazione referenziale, la scelta della denominazione agisce come un prisma orientato sul concetto, prisma che in qualche misura – necessariamente quanto inevitabilmente – orienta la nostra visione del concetto stesso:

La dénomination des termes, contrairement à celle des mots, peut certainement avoir un fonctionnement sémantique-référentiel spécifique, mais l’acceptation théorique de cette spécificité n’exclut pas le fait que la dénomination fournit de l’information sémantique complémentaire. En effet, en rendant visible un choix de traits sémantiques parmi d’autres, qui font aussi partie du concept, elle nous transmet une vision particulière de ce dernier. (FREIXA, SILVA, CABRÉ, 2008 : 732)4

I termini portano inevitabilmente con sé una serie di informazioni aggiuntive, legate alla cultura, alla storia, all’enciclopedia condivisa, che non possono non influenzare la concettualizzazione. Di questo, gli specialisti sono sempre stati acutamente coscienti: le esitazioni di Darwin sul termine di selezione naturale (MIQUEL, 2008: 99), le riflessioni di Bentham sul concetto di utility (RESCHE, 2015), l’incertezza di Ohnu tra i termini concorrenti junk DNA e garbage DNA (ROSSI, 2017 (a), sono indizi evidenti di quanto i termini siano fondamentalmente indicatori di inferenze possibili e interpretazioni del mondo. Quando nel linguaggio della finanza si parla di squali (sharks) (ROSSI, 2015) o di cash cows (TEMMERMAN, 2011), è inevitabile che la denominazione contenga un aspetto ideologico e orienti di conseguenza la nostra visione della nozione di riferimento del termine:

il n’y a que très peu de termes arbitraires, la motivation (et non l’arbitraire) étant un trait terminologique dominant.
(KOCOUREK, 2001 : 328)5

In questa visione, il potere orientativo e ideologico delle denominazioni terminologiche è enorme, in particolare nei casi in cui il termine sia frutto di una traslazione metaforica: la denominazione richiama inevitabilmente una serie di elementi appartenenti alla memoria collettiva condivisa e delimita in maniera molto precisa la concettualizzazione. Gaudin (2002) cita a questo proposito l’esempio di banca del sangue e del peso ideologico che la metafora economica esprime nella modellizzazione di questo concetto, in apparente contraddizione con il paradigma del dono che sottende questa pratica nell’ambito francofono:

Reprendre un terme, c’est bien reprendre un stock d’énoncés disponibles, de schémas de pensée capitalisés et versés au pot commun de la langue, vecteur de culture […] Ici, le terme de banquepossède un degré de motivation bien plus grand que dans ses usages actuels […] on voit là combien le choix des dénominations n’est pas innocent. On ne saurait donc oublier que les métaphores révèlent aussi, pour peu qu’on y prête attention, des enjeux idéologiques. (GAUDIN, 2002: 208 e seguenti)6

Questo aspetto, a tratti trascurato dagli studi terminologici, è basilare per comprendere le dinamiche semiotiche e discorsive alla base della creazione di nuovi termini, così come l’impatto ideologico delle grandi metafore terminologiche teoriche. Il peso ideologico dei termini è infatti tanto più evidente quanto più le metafore diventano strumento privilegiato per l’esplicitazione di nuove teorie scientifiche.7 In questi casi, la scelta del termine neonimo equivale ad un netto posizionamento ideologico, come spiega Siblot:

A chaque actualisation, en fonction de contextes situationnel et communicationnel, en fonction de stratégies discursives également, le locuteur opte pour une appellation, simple ou complexe, lexicalisée ou non, dans laquelle il énonce sa prise de position et son point de vue à l’égard de l’objet nommé. (SIBLOT, 2001)8

L’atto di denominazione assume in questo senso un peso fondamentale, forse allora meglio espresso dal termine nominazione: l’azione di apporre una designazione ad un concetto acquisisce una connotazione di sacralità, al punto che viene da alcuni studiosi definito come un vero e proprio battesimo (SAGER, in BÉJOINT, THOIRON, 2000 : 55; BOUVERET, 1998 : 398 parla invece di labélisation), che si concretizza nella ricerca di termini il più possibile evocativi, che determinino la visione del concetto:

Evocative terminology creation is "a way of worldmaking". (Nelson Goodman) (TEMMERMAN, 2011 : 49)9

Dominare la nominazione del concetto significa in definitiva poter orientare ideologicamente la visione dello stesso; questo spiega il motivo delle molte e talora vivaci discussioni tra gli specialisti in merito alla designazione di nuove teorie, costrutti o concetti condivisi (ROSSI, 2017 (b).

2. Le metafore dello spazio urbano – evoluzioni e posizionamento ideologico

La geografia urbana, e così anche l’urbanistica, non costituiscono un’eccezione alle dinamiche di cui abbiamo brevemente trattato nel paragrafo precedente. Al contrario, possiamo affermare che questo dominio costituisca un esempio emblematico ai fini della nostra illustrazione.

La trattatistica architettonica sugli spazi urbani è percorsa fin dai suoi esordi da alcune vene metaforiche costanti (RESCHE, 2016), e in particolare da due grandi themata (HOLTON, 1982), ovvero la metafora organicistica e quella meccanicistica.

In base a questa dicotomia, si alternano visioni differenti della città nella trattatistica storica, dalla visione umanistico-rinascimentale della città vista come armonia delle parti di un corpo (si veda qui sotto lo Schema urbano antropomorfo di Francesco di Giorgio Martini, riprodotto in Pavia, 1982) alle più recenti metafore organicistiche fondate sulla visione della città come organismo autoregolato, o ancora come reticolato neuronale, quale ad esempio in Geddes, 1915 e Brunet, 1990 con l’analogia della città-sinapsi – o della città-cervello, spinta all’estremo in Chanzighi e Destefano, 2010:

Rossi 1

F. di Giorgio Martini (1478-1481)

Rossi 2

Patrick Geddes (1915)

La metafora meccanicistica si ritrova con altrettanta potenza nella tradizione industriale e modernista; ne è esempio paradigmatico la città alveare di Le Corbusier, vista come una macchina perfetta in tutti i suoi meccanismi:

Rossi 3

(Le Corbusier, 1925)

L’urbanistica è figlia del proprio tempo e della cultura di appartenenza: per questo motivo, le metafore relative alla città variano e si diversificano, inseguendo i corsi e i ricorsi storici dell’ideologia dominante, dal modello antropocentrico rinascimentale fino al modello meccanicistico industriale e modernista. Le denominazioni seguono la modellizzazione, e ai fini terminologici appare interessante analizzare quanti e quali fattori possano portare alla produzione di innumerevoli termini metaforici per definire i diversi modelli di città. Più recentemente, è la metafora della città reticolare a costituire una metafora dominante (essendo comunque la rete una metafora pervasiva di diversi domini nella nostra attuale cultura), ma non si possono dimenticare le metafore altrettanto celebri della città come tessuto (ben espressa da Renzo Piano attraverso il concetto di rammendo delle periferie – 2014), come ecosistema intelligente (si veda il paradigma della smart city, ma anche le più recenti denominazioni biotecnologiche, quali la città come animate form, LYNN, 2011), come prigione o fortezza (DAVIS, 1993; BLAKELY et SYNDER, 1997; CALDEIRA 2001 con il concetto di «enclaves»).10

Una sintesi utile e informata sull’evoluzione delle metafore denominative della città si coglie chiaramente nel Lessico urbano di Fabrizio Esposito (2015), repertorio che l’autore stesso definisce “terminologico” delle molteplici denominazioni teoriche nell’urbanistica contemporanea. Da questo esaustivo repertorio è stata rielaborata la tassonomia che proponiamo di seguito, e che ben dimostra che la visione dello spazio urbano dipende in primo luogo dai paradigmi cognitivi e scientifici dominanti in un periodo dato (si veda la semiologia nel caso di città rizoma), ma anche dalla conformazione dello spazio urbano e dalla storia dell’urbanizzazione nei diversi territori (si veda la parasinonimia solo apparente tra città diffusa e urban sprawl). All’interno di questo panorama vario ed eterogeneo, alcune tendenze costanti lasciano apparire due metafore paradigmatiche di fondo, che passeremo brevemente in rassegna: la metafora biologica e la metafora reticolare.

La metafora biologica, abbandonato l’organicismo antropomorfico pre-industriale, si manifesta nell’interazione concettuale con altri organismi naturali, come si evince dallo schema che segue (rielaborato a partire da ESPOSITO, 2015):

Rossi tab 1 prova 3

Più interessante ai fini della nostra analisi, la metafora reticolare è più recente e senz’altro testimonia di un paradigma epistemico dominante, quello della rete, che investe ormai ogni campo del sapere. Come notano Gaudin e Pumain (2000: 15), la metafora della rete nella geografia urbana è una metafora complessa, che nasce alla fine del XIX secolo come superamento dell’approccio monolitico e delimitato dello spazio urbano, passa poi attraverso la metafora biologica organicistica della rete arteriosa, collegata alla metafora ricorrente della circolazione (ROSSI, 2015) per poi acquisire le connotazioni più recentemente collegate alla rete neuronale (BRUNET, 1990):

Rossi 4

Brunet, 1990

Si evince dallo schema che segue quanto il concetto di rete venga variamente declinato nelle diverse teorie e tradizioni urbanistiche: alcune terminologie pongono l’accento sull’aspetto di organizzazione reticolare dello spazio urbano (città a rete), mentre altri termini limitano il concetto di rete al semplice collegamento di unità distinte e non coese, altre ancora, quali urban sprawl, giungono alla valorizzazione del tratto semantico del disordine:

Rossi tab 2 prova 2
Rossi tab 3 prova 2

Evoluzione finale del percorso di migrazione della metafora, lo spazio urbano viene rappresentato secondo il quadro concettuale della rete Internet come spazio intangibile di collegamento e circolazione libera delle informazioni. La città diventa così un ipertesto, ed è a quest’ultima metafora che dedicheremo il paragrafo seguente.

3. Termini, metafore e trasferimenti interdomaniali: lo spazio urbano come linguaggio

La metafora di città ipertesto è un esempio emblematico di alcune tendenze enucleate finora: l’importanza dei paradigmi dominanti nel processo di nominazione di nuovi concetti nelle discipline specialistiche, ma soprattutto la possibile migrazione di un paradigma dominante da un dominio ad altri indipendentemente dalla natura specifica della materia. In questo modo, per discipline in via di costituzione o stabilizzazione, spesso le metafore strutturanti vengono mutuate da altre discipline che godano in quel periodo di maggior prestigio e stabilità epistemica, proprio in virtù del fatto che le metafore non sono soltanto etichette apposte sui concetti, ma catalizzatori di inferenza, prismi di orientamento della nostra visione del mondo. La scelta dei termini è spesso dominata da rapporti di forza all’interno del campo (in senso bourdieusiano) di riferimento, e il successo di una metafora è spesso dovuto alla sua accettabilità sulla base dei rapporti di forza all’interno di questo campo:

Le nouveau n’est retenu, exposé, proposé, que s’il parait a) audible (compréhensible par rapport au contexte) ; b) intéressant (compréhensible, mais pas redondant) ; c) souhaitable (par rapport à des intérêts, qui sont le plus souvent des intérêts de la connaissance, mais aussi des intérêts extérieurs à l’ordre intellectuel : des valeurs, des positions idéologiques ou des jeux de forces). (SCHLANGER, 1991 : 94)11

Nella fattispecie della città ipertesto, oltre alla già citata metafora pervasiva della rete, gioca un ruolo fondamentale il paradigma della semiotica, collegato alla linguistica strutturale, considerata come una disciplina di riferimento durante la seconda metà del XX secolo, un modello concettuale ricorrente in diverse discipline:

[…] Il arrive que le langage d’un savoir actuel qui réussit possède un tel rayonnement, une telle force d’évidence, qu’on a d’emblée recours à lui pour réinterpréter d’autres domaines. Il devient, pour une époque donnée, le modèle conceptuel par excellence. […] (SCHLANGER, 1991 : 91)12

È riconducibile a questo fenomeno il caso della metafora del linguaggio/codice, mutuata dalla linguistica nell’ambito della biologia cellulare,13 e in seguito oggetto di un’ulteriore migrazione (TOMA, 2003) nel dominio della geografia urbana, migrazione espressa in prima istanza nell’interazione concettuale suggerita dalla lettura semiologica che ne dà Roland Barthes (1967), interpretando lo spazio urbano alla luce della linguistica strutturale:

Una carta del mondo di Erodoto, realizzata graficamente, è costruita come un linguaggio, come una frase, come un poema, su opposizioni: paesi caldi e paesi freddi, paesi conosciuti e paesi sconosciuti; poi opposizione tra uomini da una parte, mostri e meraviglie dall’altra, etc. […]
È strano che di fronte a queste concezioni fortemente significanti dello spazio abitato, le elaborazioni teoriche degli urbanisti, se non sbaglio, abbiano dato finora un posto molto ridotto ai problemi della significazione. […]
Tra i veri e propri urbanisti appena si parla di significazione, un nome si fa avanti, e giustamente, quello dell’americano Kewin Lynch […] Tuttavia, in realtà, le ricerche di Lynch, dal punto di vista semantico, rimangono abbastanza ambigue: da una parte, c’è nella sua opera un vocabolario della significazione (per esempio, egli dà grande importanza alla leggibilità della città, e questa nozione ci importa molto) e, da buon semantico, ha il senso delle unità discrete; ha cercato di ritrovare nello spazio urbano unità discontinue che, fatte le debite proporzioni, rassomiglierebbero un po’ a fonemi e semantemi.
[…] diventa sempre più evidente che una città è un tessuto, non composto di elementi uguali di cui si possono contabilizzare le funzioni, ma di elementi forti e di elementi neutri o, come dicono i linguisti, di elementi segnati e di elementi non segnati (si sa che l’opposizione tra il segno e la mancanza di segno, tra grado pieno e grado zero è uno dei grandi processi dell’elaborazione del senso). (BARTHES, 1967, in rete, enfasi nostra14)

Se la città è un codice, un testo (per riprendere sempre Barthes, un palinsesto), l’evoluzione inevitabile della città post-telematica non può che essere l’ipertesto, metafora ripresa e adattata tramite il neologismo hyperville dallo storico della città, urbanista e paesaggista svizzero André Corboz nel 1997, che con questa metafora realizza una vera e propria “rivoluzione copernicana”15 nella visione dello spazio urbano.

Secondo Esposito (2015) il termine hyperville evidenzia diverse sfaccettature del concetto, e si presta per questo ad essere variamente interpretato in studi successivi, che proporranno a loro volta termini sinonimi o parasinonimi, talvolta centrati su metafore fondatrici non più improntate alla linguistica quanto piuttosto all’informatica (divenuta nel frattempo paradigma dominante della fine del XX e del primo scorcio del XXI secolo), quali plug-in city, città cablata o télépoli:

[…] è traslato dalla linguistica strutturale, in particolare dall’adattamento del significato di “ipertesto” ai fenomeni urbani contemporanei. […] L’uso del termine indica non solo l’estensione della città su tutto il territorio, ma soprattutto descrive la realtà dell’urbano come un documento con numerosi rimandi e note a margine che rinviano a percorsi e letture trasversali.
[…] Una possibile variante interpreta ipercittà come città cablata, città informatica o télépoli (Echevarría 1994), facendo leva sulla strutturazione a rete sottintesa ad ambedue i modelli, o all’utopica plug-in-city di ARCHIGRAM (Lang 2003).
Anche il termine post-metropolis può essere avvicinato a quello di ipercittà, ma mantiene un grado di ambiguità molto più elevato (Barberi 2010).
La poliedricità della post-metropolis, infatti, è così accentuata che genera una moltitudine di nuovi termini: flexcity (Gugler 2004; Braun, Castree 2005), […] cosmopolis (Sandercock 2004), […] exopolis “pienamente urbana (city-full) non urbana (non city-ness)” (Soja 2000, p. 95); polar-city (Soja 1999), carceral city (Alexander 2007), sin city (Soja 1999)

Per restare nell’ambito della mutuazione dalla linguistica, che maggiormente ci interessa, è significativo osservare quale percorso di nominazione del concetto sia esplicitato dallo stesso Corboz nella sua conferenza del 1997, nella quale il neologismo viene proposto e motivato al fine di essere convalidato dalla comunità scientifica (non si dimenticherà infatti che il processo di neonimia esige una fase di validazione (GAUDIN, 2002) all’interno della comunità degli specialisti):

Ces divers constats convergent, vers une conclusion générale, à savoir que le vocabulaire usuel pour parler des villes est devenu inutilisable, soit que les termes utilisés désignent des réalités qui n'existent plus, soit qu'ils connotent ou impliquent des jugements de valeur. On entend souvent parler, par exemple, du mitage du territoire; mais avant de savoir si le phénomène est vraiment négatif, comme cette expression le sous-entend, ne faudrait-il pas commencer par l'analyser ?
Ce défaut du vocabulaire usuel a conduit certains chercheurs et observateurs a proposer une terminologie nouvelle. Nous avons déjà cité conurbation, mégalopole, galaxie urbaine. Françoise Choay a proposé le post-urbain, Bernardo Secchi la città diffusa, Alain Léveillé la ville extensive, François Ascher métapolis, Sébastien Marot suburbanisme, Pier Giorgio Gerosa corapole, Thomas Sieverts Zwischenstadt, François Walter la décentralisation concentrée. Enfin, tandis que Max Frisch opposait naguère villages urbains et cité rurale, Françoise Choay, déjà citée, s'en tient aujourd'hui à l'urbain tout court. À mon tour, j'aimerais proposer hyperville, par analogie avec hypertexte. […]16

Appare spesso come un motivo ricorrente nei testi di grandi teorici in varie discipline l’attenzione estrema portata all’argomentazione terminologica, a riprova ultima del fatto che l’importanza del processo di nominazione è percepita soprattutto dagli addetti ai lavori (abbiamo già in altri lavori (ROSSI, 2015) analizzato l’interessante saggio di Mermin (1981) e della sua argomentazione capillare intorno alla sua creazione neonimica boojum). Anche in questo caso, Corboz adduce l’argomentazione dell’obsolescenza del vocabolario tradizionalmente utilizzato nell’ambito della geografia urbana per giustificare la necessità di nuove denominazioni, in grado di rendere conto di nuove visioni dello spazio urbano.17

Dans le vide lexical qui caractérise aujourd'hui les établissements humains de très grandes dimensions en Occident, le terme d'hyperville aurait l'avantage de ne pas préjuger de la densité (contrairement à «ville extensive» ou « ville diffuse ») et de ne pas s'opposer aux villes « historiques », puisque celles-ci sont elles-mêmes des constituants de l'hyperville. Certes, il s'agit d'une métaphore, et l'analogie ne peut être poussée jusqu'à l'homologie, du, moment qu'elle ne rend pas compte de toute la réalite : dans le territoire, les « textes » sont très souvent mêlés, superposés, partiellement effacés, ce qui n'est jamais le cas dans l'ordinateur, comme Andrea Felicioni l'a noté. […]18

La metafora viene quindi svolta in funzione che potremmo definire argomentativa, e noteremo a questo proposito con quanta precisione viene analizzata l’interazione concettuale tra source domain e target domain. Appare singolare questo interesse alla giustificazione dell’etichettatura del concetto, se non fosse a questo punto ben chiaro che il processo di neonimia è un processo strettamente collegato alla legittimazione di una teoria, e di conseguenza alla legittimità di un ricercatore o di un approccio teorico all’interno della comunità degli specialisti di un dominio (e questo tanto più, quanto più la metafora selezionata sottende una visione del dominio tutto, quale è ad esempio il caso dell’ecosistema industriale analizzato da Resche, 2002). In questo caso, la metafora dell’ipertesto permette a Corboz di esplicitare alcuni tratti semantici propri dell’evoluzione dello spazio urbano in contesto elvetico, agganciandosi peraltro ad una metafora all’epoca in via di definizione e espansione, quella di rete telematica, che cominciava ad imporsi nell’immaginario collettivo.

Evoluzione ultima del trasferimento metaforico del concetto di codice mutuato dalla linguistica strutturalista, l’ipercittà ha avuto una buona diffusione in altri contesti linguistici e culturali, a dimostrazione del fascino del paradigma della linguistica in altri campi del sapere:

rossi google 1
Rossi 6
Rossi 7

Parleremo sempre comunque di un fascino reciproco: le teorie linguistiche mutuano a loro volta il paradigma dell’architettura urbana nella visione della frase come una piccola città, divisa in un centro (il verbo con i suoi attanti) e una serie di elementi periferici (circostanziali); una trattazione approfondita di questa metafora è contenuta in un saggio recente di Kocourek (2010), all’interno di un volume collettivo dedicato proprio al rapporto centro-periferia nell’ambito linguistico, il che testimonia una volta ancora che l’ibridazione transdisciplinare è una costante della concettualizzazione nei domini specialistici, nonché che tali domini partecipano sempre e comunque delle evoluzioni sociali e culturali di un dato momento storico, indipendentemente dalle frontiere disciplinari. Lungi dall’essere una operazione meccanica di mera etichettatura dei concetti, il processo di neonimia recupera in questi testi tutto il suo potere di modellizzazione del mondo attraverso il linguaggio, e la terminologia ritrova il suo valore più profondo, come specchio delle pratiche culturali e dei rapporti di forza epistemologici di una data epoca, di un dato settore scientifico, di una data comunità professionale.

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Note

↑ 1 Si veda a questo proposito la sintesi di Humbley, 2012.

↑ 2 Per la distinzione tra denominazione, nominazione et designazione, si veda il n.174 della rivista Langue Française (PETIT, 2012).

↑ 3 “Si ha tendenza ad affermare che il senso di un termine si confonda con la concettualizzazione di ciò che desgina, mentre il senso di una parola, il suo significato saussuriano, comprende altre componenti, talvolta designate dal termine connotazione, costituite dalla comunità, o dal singolo locutore, man mano che l’uso si consolida" (traduzione nostra).

↑ 4 “La denominazione dei termini, contrariamente a quella delle parole, può certamente avere un funzionamento semantico-referenziale specifico, ma l’accettazione teorica di tale specificità non esclude il fatto che la denominazione fornisca informazione semantica complementare. Infatti, rendendo visibile una selezione di tratti semantici tra altri, che ugualmente formano parte del concetto, essa ci trasmette una visione particolare di quest’ultimo” (traduzione nostra).

↑ 5 “Esistono pochissimi termini arbitrari, la motivazione (e non l’arbitrarietà) essendo un tratto terminologico dominante” (traduzione nostra).

↑ 6 “Riprendere un termine, è riprendere un insieme di enunciati disponibili, di schemi cognitivi capitalizzati e versati nel comune serbatoio della lingua, veicolo di cultura […] Qui, il termine di banca possiede un grado di motivazione ben maggiore che nei suoi usi attuali […] si nota qui quanto la scelta delle denominazioni non sia innocente. Non si può quindi dimenticare che le metafore rivelino anche, per quanto poco si possa fare attenzione a questo aspetto, dei tratti ideologici” (traduzione nostra)

↑ 7 La bibliografia su questo argomento è sterminata. Ci limitiamo a rinviare il lettore ad alcuni saggi quali Schlanger e Stenges 1991, Brown 2003 e – naturalmente – i testi fondatori di Boyd (1993[1979]) e Kuhn (1962).

↑ 8 “Ad ogni attualizzazione, in funzione del contesto situazionale e comunicativo, così come in funzione delle strategie discorsive, il locutore opta per una denominazione, semplice o complessa, lessicalizzata o meno, in cui enuncia la sua presa di posizione e il suo punto di vista dell’oggetto nominato” (traduzione nostra). Si veda a questo proposito anche il concetto di point de vue in Raus, 2013.

↑ 9 “La terminologia evocativa è "a way of worldmaking" (Nelson Goodman) (traduzione nostra).

↑ 10 L’evoluzione metaforica della modellizzazione urbana rappresenta inoltre (lo vedremo nelle pagine seguenti) un interessante osservatorio per verificare l’influenza transdisciplinare di diversi domini epistemologicamente dominanti in un dato momento storico.

↑ 11 “Ciò che è nuovo è accettato, esposto, proposto, unicamente se appare a) comprensibile in rapporto al contesto; b) interessante (comprensibile, ma non ridondante); c) auspicabile (in rapporto a interessi che non sono unicamente cognitivi ma anche esterni all’ambito intellettuale: valori, posizioni ideologiche, rapporti di forza)” (traduzione nostra).

↑ 12 “Capita che il linguaggio di una disciplina contemporanea di successo eserciti una tale influenza, una tale forza di evidenza, da diventare punto di riferimento immediato per reinterpretare altri domini. Esso diviene, per una data epoca, il modello concettuale per eccellenza” (traduzione nostra).

↑ 13 Si veda l’analisi sulla terminologia della microbiologia cellulare nelle opere di François Jacob, in Rossi, 2015.

↑ 14 La traduzione è riportata fedelmente dalla fonte segnalata; non si può non indicare al lettore che si parlerà piuttosto di elementi marcati e non marcati in luogo di segnati.

↑ 15 https://www.letemps.ch/culture/2012/06/05/andre-corboz-defricheur-nouveaux-territoires (cons. 22/02/2017)

↑ 16 “Queste diverse constatazioni convergono verso una conclusione generale, ovvero che il vocabolario d’uso comune per parlare delle città è divenuto inutilizzabile, sia perché i termini utilizzati designano realtà che non esistono più, o perché connotano o implicano dei giudizi di valore. Si sente spesso parlare, ad esempio, di lottizzazione selvaggia del territorio, ma prima di sapere se questo fenomeno è davvero negativo, come l’espressione sottointende, non si dovrebbe prima analizzarlo? Questa lacuna nel vocabolario d’uso ha condotto alcuni ricercatori e osservatori a proporre una nouva terminologia. Abbiamo già citato conurbazione, megalopoli, galassia urbana. Françoise Choay ha proposto il post-urbano, Bernardo Secchi la città diffusa, Pier Giorgio Gerosa corapolis, Thomas Sieverts Zwischenstadt, François Walter la decentralizzazione concentrata. Infine, mentre un tempo Max Frisch contrapponeva villagi urbani e città rurale, Françoise Choay, già citata, si limita oggi all’urbano tout court. A mia volta, vorrei proporre ipercittà in analogia con ipertesto” (traduzione nostra).

↑ 17 Non si dimenticherà comunque che Corboz aveva una formazione profondamente umanista, in cui la retorica occupava un posto di primo piano, e che i suoi primi scritti erano di stampo letterario (come riporta Viganò, 1998).

↑ 18 “Nel vuoto lessicale che oggi caratterizza gli insediamenti umani di grandissime dimensioni in Occidente, il termine di ipercittà avrebbe il vantaggio di non pregiudicare la densità (contrariamente a “città estesa” o “città diffusa”) e di non opporsi alle città “storiche”, essendo queste ultime componenti ipercittà. Certo, si tratta di una metafora e l’analogia non può essere spinta fino all’omologia, poiché non rende conto di tutta la realtà; sul territorio, i “testi” sono spesso mescolati, sovrapposti, parzialmente cancellati, il che non accade mai nell’ambiente del computer, come ha notato Andrea Felicioni […]” (traduzione nostra).

 

Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
Open Access Journal - ISSN 1824-7482