Publifarum n° 34 - L’imaginaire de Mai 68 dans la littérature contemporaine

La memoria del ‘68 in Messico: forme di costruzione e revisione critica

Stefano TEDESCHI


Abstract

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A cinquant’anni dagli eventi del Sessantotto in Messico, un’analisi retrospettiva di alcuni dei romanzi e dei libri prodotti a partire da quell’anno permette di studiare come sia avvenuta la costruzione di una memoria collettiva intorno ad essi e di come tale costruzione abbia innescato processi che hanno contribuito alla formazione della società messicana contemporanea, anche attraverso la celebrazione degli anniversari decennali e la costruzione di monumenti e memoriali pubblici.


A cinquant’anni dagli eventi del Sessantotto in Messico, un’analisi retrospettiva dell’enorme mole di materiali scritti e di tipo visuale che sono stati prodotti a partire da quegli eventi permette di studiare come sia avvenuta la costruzione di quella memoria collettiva e di come tale costruzione abbia innescato processi che, iniziati subito dopo il massacro di Tlatelolco, hanno poi conosciuto cadenze regolari, spesso segnate dalla celebrazione degli anniversari decennali.

In tal senso la costruzione della memoria del Sessantotto sembra riprendere modalità che la cultura messicana aveva già conosciuto in altri momenti cruciali della sua storia, come durante le guerre di indipendenza e la Rivoluzione degli anni Venti: in tutti questi casi la società e la cultura messicana deve affrontare un’esperienza che può essere classificata come quella che Ricoeur definisce come “memoria ferita” (RICOEUR 2004: 71ss.).

La ricezione e l’interpretazione del movimento studentesco e della sua dura repressione da parte del governo sono state più volte sottoposte a ricerche da vari punti di vista, come ha mostrato il recente studio di Héctor Jiménez Guzmán (2018), ma tra questi l’analisi del corpus letterario, particolarmente vasto e variegato, non ha ancora conosciuto uno studio di insieme dopo il tentativo di Gonzalo Martré (1986), pioneristico ma anche nettamente polemico.

Non è mia intenzione proporre in questa sede un’analisi dettagliata dei moltissimi romanzi pubblicati a partire da allora, quanto piuttosto indicare quali discorsi si sono andati cristallizzando attraverso la forma della narrazione e come essi si possano classificare secondo dei processi di memorizzazione che rispondono a motivi profondi, tanto che alla fine del processo si possa intravedere una sorta di laboratorio che individua in quell’anno una sorta di “anno zero” per la società e la cultura messicane, uno spartiacque imprescindibile.

Analizzare la lista dei romanzi, in correlazione con altre e parallele forme di scrittura (memorie, analisi storiche, pamphlet politici ecc.), permette inoltre di capire come non esista una sola e unitaria memoria collettiva dei fatti salienti di quell’anno, ma diverse linee che si intrecciano tra loro, si appoggiano l’una con l’altra, ma anche finiscono per contraddirsi, per costruire infine un discorso estremamente complesso.

In questo breve panorama verranno ricordati romanzi forse non troppo conosciuti, oggi in parte dimenticati, e probabilmente nessuno di essi può essere considerato come un vero capolavoro, e ancor meno come il “libro definitivo” sul Sessantotto, ma nonostante ciò nel loro complesso essi riescono a fornire quel panorama di contraddizioni che si viene a creare quando il lavoro di accumulazione delle memorie individuali produce una memoria collettiva, che non viene però condivisa dalla comunità di riferimento nello stesso modo, come avviene in tutte le situazioni in cui i fatti all’origine del processo hanno causato una divisione profonda all’interno del corpo sociale, segnato da tragedie che nel caso specifico causarono un ancora imprecisato numero di morti, di scomparsi, di persone arrestate o costrette a lasciare il paese.

In effetti il primo gradino di questa costruzione nasce proprio dalla possibilità stessa di poter creare una memoria collettiva condivisa; se infatti, come afferma Paul Ricoeur (RICOEUR 2004: 51) la costruzione di una memoria collettiva gira intorno alla formazione dell’identità di una comunità a partire di eventi del passato, il caso del Sessantotto messicano ci pone di fronte al problema di individuare in che modo la società messicana nel suo complesso abbia integrato quegli eventi nella propria, dato che già nel dicembre del 1968 il movimento studentesco era stato praticamente spazzato via, attraverso una feroce repressione che provocò il maggior numero di vittime mortali e di arrestati tra tutti i movimenti studenteschi sparsi nel mondo. In questo caso dunque l’inizio del lavoro della memoria inizia quando scompare la comunità originaria di riferimento, e il primo compito che ci si darà sarà giustamente quello di salvare dall’oblio fatti, persone e responsabilità che in quel momento sembravano solo ceneri spente.

Tale atteggiamento cercherà peraltro di rispondere a quello che fu un vero e proprio tentativo di negazione e di minimizzazione dei fatti, una sorta di volontà precoce di rimozione degli eventi che portarono al massacro della Plaza de la Tres Culturas del 2 ottobre del 1968. L’atteggiamento delle autorità e delle forze dell’ordine fu infatti quello di nascondere la reale portata della repressione e la sua gravità: i comunicati ufficiali parlavano di un numero di morti assolutamente risibile e per mezzo degli arresti e della sparizione dei testimoni si tentò di cancellare totalmente la memoria degli eventi che avevano scosso il Messico nell’estate di quell’anno fatale, anche in considerazione della contemporanea celebrazione dei Giochi Olimpici, che si inaugurarono il 12 ottobre.

Questa operazione venne appoggiata anche da alcune opere narrative, che avevano come obiettivo squalificare e liquidare il movimento, come avviene con il pamphlet anonimo ¡El móndrigo! (1969) o con i romanzi di Fernando Solana, Juegos de invierno (1974), o La plaza di Luis Spota (1971), che è forse il più interessante di questa prima serie. Il suo carattere di narrazione apparentemente distaccata e imparziale nasconde in realtà una completa condanna del movimento studentesco, considerato come una banda di giovani senza un reale progetto politico, e in fondo manipolati dall’esterno. L’aspetto rilevante del romanzo è che esso condivide con altri – di segno anche opposto – la scelta di una struttura narrativa analettica, che fa iniziare il racconto dalla prospettiva di un futuro immediatamente successivo rispetto agli eventi, per tornare indietro grazie alla successione di una serie di flashbacks, che in una ricostruzione abbastanza confusa dei fatti ne mette in discussione l’eventuale portata tragica. Alla fine della narrazione l’evento viene comunque confinato in un passato ormai chiuso, destinato a non ritornare, come se la parola “fine” del romanzo volesse mettere fine anche a tutta un’epoca.

Questo punto di vista di un tempo tragicamente concluso viene condiviso da un’altra linea del discorso della memoria, che si volge però verso una direzione completamente diversa e che potremmo definire come “la memoria tragica”, e che in breve diventerà quella maggiormente diffusa e sostenuta dalle voci più importanti della cultura messicana di quegli anni. Tale linea verrà infatti inizialmente segnata da un carattere di urgenza, come si può osservare soprattutto nei testi poetici di autori come José Emilio Pacheco, Jaime Sabines, Rosario Castellanos, Juan Bañuelos e José Luis Becerra, e poi nei libri, divenuti canonici, di Elena Poniatowska, La noche de Tlatelolco (1971), e di Octavio Paz, Posdata (1970): il primo è un libro testimoniale costruito in forma di collage di voci dei protagonisti soprattutto degli eventi del 2 ottobre, e il secondo un saggio interpretativo che Paz dedica agli eventi di quell’anno, due anni dopo essersi dimesso dal suo incarico diplomatico in India per protesta contro la repressione del movimento studentesco.

Furono infatti i poeti i primi a reagire: sui giornali e sulle riviste dell’autunno del 1968 apparvero numerosi testi firmati dai nomi più prestigiosi della generación de Medio Siglo che iniziarono inoltre a collegare in maniera diretta il massacro di ottobre con quello che durante la Conquista aveva insanguinato quello stesso spazio. La correlazione tra la storia antica e quella contemporanea gli permette infatti di inserirlo all’interno di una lunga e complessa scia di sangue e di vittime, come avviene ad esempio nel testo di Pacheco – Lectura de los Cantares Mexicanos – che affida all’immaginario e alla memoria collettiva l’idea che quell’evento fin da principio appartiene totalmente alla storia messicana, trasportandolo dalla cronaca alla storia senza alcuna mediazione intermedia. In tal senso appare evidente che il tema cruciale di tutta questa produzione poetica, e dei libri di testimonianza e di saggistica ad essa legati, è l’identificazione di un significato della tragedia di Tlatelolco che la colleghi a momenti precedenti della storia del paese, e in particolare con la rottura provocata dalla colonizzazione spagnola.

Tutta questa produzione, che all’inizio non vede la presenza di romanzi significativi, tende a sintetizzare la memoria del movimento nella data del 2 di ottobre, che in molti casi si riduce in realtà solo alla “notte”, come recita il titolo del libro della Poniatowska, che tende però a diventare una sorta di celebrazione funebre, la ripetizione di un destino quasi inevitabile, da sempre marcato con il sangue. Anche in questo caso ci troveremmo così di nuovo di fronte a un passato ormai chiuso, quasi come se si volesse esorcizzarlo perché non torni più a ripetersi. Il tono generale lo può forse fornire l’inizio del romanzo di María Luisa Mendoza, Con él, conmigo, con nosotros tres (1971)che ricostruisce il massacro seguendo i passi dei poeti, anche nello stile della scrittura:

La plaza está de belicismos grabada, estrena su primera mañana de tanque en medio de los espejos de agua con patos ayer. El agua rojiza ni se mueve en las orugas del tanquerío, fue sudario de cuerpos (“son cuerpos, señor” respondía el soldado arrastrándose adelante de los periodistas y señalándolos son cuerpos señor, muertos por el mal de mira, de gatillo, de tracatraca de ametralladora).
Todos lo vidrios de las ventanas rotos, mochos, eczema y descarapeleo en los muros, sangre seca en la tierra de los jardines provincianos, en los lirios del campo, las azucenas, los margaritones. Las flores, aplastadas, recuerdan la línea de un cuerpo que ya no está… La mañana los agarró cansados, echados al sol de octubre duermen acantonados, en el acanto del sueño, atrigalados, amaizados, mariguanados, se van yendo por caminos verdes sobre caballos de color del azúcar quemada. (MENDOZA 1971: 6)

Lo slogan che nascerà da questa linea della memoria sarà quello, ripetuto ad ogni manifestazione di commemorazione, del 2 de octubre no se olvida, in cui il lavoro del ricordo diventa un obbligo morale, un dovere sociale e collettivo, che viene però espresso attraverso un comando al negativo, il solo che viene considerato capace di conservare quella “memoria ferita”, per salvarla dall’oblio.

A partire dagli anni ottanta si pubblicheranno, a partire da questa visione degli eventi, una serie di romanzi che metteranno in scena la sconfitta di tutta una generazione, che cercherà poi nelle droghe, nelle fughe all’estero o nella lotta armata forme estreme di superazione di quel fallimento, senza peraltro quasi mai riuscirci. Tra di esse si potranno ricordare El león que se agazapa de Norberto Trenzo (1981) o Los octubres del otoño di Martha Robles (1982), che inaugura anche l’immagine del 68 come un fantasma che attraversa la storia e le strade di Città del Messico. Anche il romanzo di Luis Arturo Ramos, Violeta – Peru (1979) potrà essere letto come una complessa narrazione di un’educazione fallita, vissuta da un giovane che ha partecipato a quegli eventi dalla parte dell’esercito, o della stessa polizia speciale, e che poi si è visto abbandonato a una tragica emarginazione sociale.

Carlos Monsívais riassumerà questa, che lui chiama “la prima lettura” in un saggio apparso nel 1999:

La primera lectura se da en el tiempo siguiente al 2 de octubre, y se divide entre quienes ensalzan martirológicamente al Movimiento, quienes lo ven como la subversión aplastada por la fuerza del Estado, y los convencidos de que la democracia no se hizo para México. Es difícil mantener la memoria de lo acontecido en medio de la Guerra Fría, y el 2 de octubre de 1969, por ejemplo, hacen su debut los Halcones (tan protagónicos el 10 de junio de 1971), fuerzas de choque encargadas de dispersar a los asistentes al homenaje luctuoso en la Plaza de las Tres Culturas. Se publica poco sobre el tema, el Sistema todavía actúa unificadamente y, en el lado contrario, pesan demasiado las reverberaciones de la derrota. De allí la incomparable importancia de La noche de Tlatelolco, de Elena Poniatowska, no el único libro sobre el 68, pero sí, y comprobadamente, el de más perdurable resonancia. (MONSÍVAIS - SCHERER 1999: 151)

Un’altra modalità di costruzione della memoria si andrà definendo nello stesso arco temporale e sarà quella che costruirà lo stesso Carlo Monsívais a partire dalla pubblicazione del suo libro Días de guardar (1972), un testo in cui la volontà cronachistica si allarga a tutto l’anno del 1968 e che si costruisce, come quello della Poniatowska, attraverso la sovrapposizione di voci differenti, di materiale fotografico, di una costruzione del testo in cui si intrecciano la memoria personale e la visione collettiva.

Questa linea vuole conservare la memoria grazie alla tenacia nella ricerca della verità e verrà chiusa sul piano della cronaca e della ricerca d’archivio dallo stesso Monsívais nel 1999 con il libro scritto a due mani con Julio Scherer e che contiene le memorie del generale Barragán, dove si rivelano finalmente le oscure trame che governarono gli avvenimenti di quei giorni, e dalla ricerca di tipo storico che pubblica Sergio Aguayo Quezada (1968. Los archivos de la violencia, 1998).

Se Monsívais e altri perseguono una verità fattuale che permetta di ricostruire una memoria affidabile, la narrativa che accompagna questa linea di lettura si orienta verso un tipo di racconto che si potrebbe catalogare come “di formazione”, in cui il movimento studentesco nel suo complesso (e non solo nella sua drammatica conclusione del 2 ottobre) viene interpretato e proposto come il rito di passaggio di tutta una generazione, in cui la tragedia finale diventa il trauma attraverso il quale i giovani studenti, spesso di classe borghese, acquisiscono una nuova coscienza sociale e politica. Sono di fatto romanzi che mettono in scena il movimento come una sorta di laboratorio per un’educazione politico–sentimentale, che conosce a Tlatelolco la sua collettiva e personale fine dell’innocenza.

Tra gli autori di questi romanzi appaiono alcuni tra i nomi più conosciuti della letteratura messicana di questi anni, come se per tutti loro il ricordo del sessantotto costituisse un esercizio necessario e ineludibile nella costruzione identitaria. Saranno in particolare da ricordare La invitación di Juan García Ponce (1981), Pánico o peligro di María Luisa Puga, (1983), Palinuro de México di Fernando del Paso (1977), o Que la carne es hierba di Marco Antonio Campos (1982).

Lo stesso Marco Antonio Campos sintetizza il significato di questa narrativa nella sua introduzione alla ristampa del suo romanzo nel 1999:

Ya lo he escrito y reescrito en muchas formas: 1968 me cambió la vida. Si bien hay un buen número de detalles autobiográficos, páginas donde cada línea está apegada íntegramente a la realidad (como los días en la cárcel de Lecumberri), Que la carne es hierba es ante todo una lectura simbólica de aquel año. Escribirla terminó siendo una purificación y un alivio, y aún lo siento así (CAMPOS 1999: 8)

Un’ulteriore lettura che costruisce un’altra forma di preservazione e di trasmissione della memoria –forse meno frequentata dalla critica in questi ultimi cinquanta anni – è stata quella che ha cercato di difendere e mantenere in vita le ragioni più profonde del movimento e che lo stesso Carlos Monsívais ha riassunto così nel suo libro prima ricordato:

¿Cómo no revalorar y jerarquizar al 68? A la tragedia se le adjunta lo que parecía relegado, el impulso multitudinario. Por vez primera, se intenta leer y se lee al Movimiento en su conjunto, y allí son muy valiosas las aportaciones de líderes del CNH que continúan el ejemplo de Los días y los años, de Luis González de Alba, el primer libro de un protagonista, ampliamente leído.
Gracias a los rasgos de ingenuidad del 68 es posible enfrentar y criticar el vasto desencanto. Reconocer los méritos del 68 es subrayar los deméritos del cinismo postmilitante, post-activista, post-cívico. El 68 fue una movilización básicamente de izquierda; al recuperarla, se descubre lo prestigioso del pasado de un sector hoy tan combatido por "premoderno".
El 68 no murió por nuestros pecados. El tono semirreligioso y de martirologio que dominó en un tiempo las evocaciones cede el paso al espíritu totalmente secularizado del 98. Al recuperarse panorámicamente el Movimiento, tantos años fragmentado por el peso enorme del 2 de octubre, ya se comprende lo que tanto importa: la mezcla de relajo y seriedad, de compromiso y desenfado, de individualismo y espíritu comunitario, de voluntad épica e instinto de conservación. (MONSÍVAIS - SCHERER 1999: 152)

Per ricostruire questa linea si deve probabilmente risalire fino al 1972, quando vennero pubblicati i due fondamentali volumi di Ramón Ramírez, El movimiento estudiantil del 68, una pubblicazione che raccolse tutta la documentazione primaria del movimento e che permise così di recuperare una enorme quantità di documenti di prima mano che altrimenti sarebbero andati perduti, anche per il loro carattere frammentario ed effimero. Quella raccolta, lasciata a futura memoria, permise poi a tutte le generazioni successive di ampliare la visione storica degli eventi, separandoli in qualche modo dalla focalizzazione esclusiva sul 2 di ottobre, per indagare le ragioni più profonde dell’esplosione di una protesta che si andava preparando già da molti mesi, e forse da qualche anno, in Messico.

Allo stesso periodo appartiene il libro di Luis González de Alba, Los días y los años (1971), un romanzo testimoniale che lo stesso autore tornerà a pubblicare in una versione ampliata nel 2006, che verrà accompagnata anche da una polemica che l’autore avvierà con Elena Poniatowska. Da molti critici, e in parte dallo stesso autore, il testo non viene considerato un romanzo, quanto piuttosto un libro di testimonianza, dato che González de Alba fu uno dei protagonisti e nel libro si raccontano gli eventi dell’anno della rivolta a partire dall’esperienza della prigionia nel carcere di Lecumberri, un’esperienza che l'autore visse sulla propria pelle. Tutti gli eventi, i nomi e i riferimenti temporali sono assolutamente reali e verificabili, e dunque la mancanza di una parte “finzionale” lo escluderebbe dal catalogo dei romanzi del sessantotto. In realtà l’importanza del libro risiede proprio in questa sua ambiguità di genere letterario: nelle sue pagine assistiamo infatti alla trasformazione della memoria individuale in narrazione collettiva, che si converte in questo modo in un patrimonio condivisibile, e fonda quella che si potrebbe definire una prima forma di “memoria collettiva”. In tal senso anche l’ampliamento e la ristampa del 2006 rispondono alla stessa motivazione e ottengono lo stesso risultato.

Questi due testi permettono di osservare come già con l’immediato recupero della memoria si volessero conseguire obiettivi diversi rispetto a quelli indicati precedentemente: qui essa non è solo commemorativa, o celebrativa, ma vuole funzionare come denuncia della violenza del potere e mostrare le ferite provocate dai rappresentanti di quello stesso potere – a tutti i suoi livelli – nel corpo sociale del Messico. Da questa prospettiva gli eventi del sessantotto non sono dunque solo una parentesi tragicamente chiusa con il massacro di Tlatelolco, ma il punto di partenza di una frattura con conseguenze ben più gravi nel lungo periodo.

Dieci anni più tardi, e in questo caso la cadenza degli anniversari non è più solo aneddotica, appariranno due libri che – ciascuno a suo modo – confermeranno questa volontà rivendicativa e di denuncia. Il primo è il testo di José Revueltas, México 68. Juventud y Revolución (1978), che raccoglie i vari scritti che egli scrisse e pubblicò in quell’anno – e immediatamente dopo – e che coprono il periodo in cui anche lui finì a Lecumberri. In queste pagine Revueltas, che in quell’anno cruciale si era distinto per proporsi come una coscienza politica lucidissima, anche grazie alla sua lunga militanza in vari movimenti e partiti della sinistra messicana, dimostra una straordinaria capacità di analisi e di comprensione della realtà dei fatti, che si coniuga con una tensione ideale e una profetica prospettiva di futuro, tanto da consegnare al lettore pagine capaci di sintetizzare perspicacia politica e ispirazione poetica, anche quando parla di strategie di lotta o commenta eventi della quotidianità di quell’anno straordinario. La silloge di Revueltas non può essere certo catalogata come un romanzo, eppure proprio la sua natura antologica permette al lettore di ricostruire una “narrazione del sessantotto” sostenuta dalla prosa di quello che fu uno dei romanzieri cruciali del Novecento, e non solo per il Messico.

Il secondo testo è il romanzo di Gonzalo Martré, Los símbolos transparentes, pubblicato nel 1978 in forma quasi clandestina, diversi anni dopo la sua prima stesura, ma che per motivi politici era stato rifiutato da gran parte gli editori messicani, e che tornerà ad essere dimenticato dalla critica, anche a causa della posizione fortemente polemica del suo autore. Bisognerà aspettare il 2016 quando un marchio editoriale importante come Alfaguara lo ristamperà, con un’operazione editoriale che permetterà finalmente di rileggerlo, e di apprezzarne le qualità non solo testimoniali. Anche Martré infatti affida il suo lavoro della memoria a un testo ibrido, in cui si alternano capitoli narrativi ad altri che sono una specie di dialogo critico tra i protagonisti in cui vengono passati in rassegna proprio gran parte dei libri che abbiamo finora ricordato, a volte con giudizi anche molto severi.

In entrambi i testi dunque il necessario lavoro della memoria si unisce a una forte critica da parte dei due autori verso posizioni che essi considerano troppo passive, o esclusivamente commemorative e che di fatto causeranno una sorta di amnesia collettiva nei quindici anni successivi, quando lo sviluppo e l’auge del neoliberalismo liquideranno le ragioni capitali del movimento studentesco, considerandole ormai inadeguatie per comprendere la realtà, quando non un ostacolo da cui liberarsi se il Messico voleva entrare davvero in una nuova fase di sviluppo.

In Revueltas e Martré si riesce invece ad apprezzare l’inizio di un “lavoro del lutto”, per usare una terminologia freudiana che Ricoeur utilizza nel saggio prima citato, che permette il passaggio da uno spazio dell’esperienza a un orizzonte di attesa in cui quelle ragioni, represse con la violenza e poi cancellate dalla memoria, possano tornare al centro della politica e della società messicane.

Di fatto però questo lavoro prenderà molto tempo, e conoscerà un cammino spesso incerto e sotterraneo, e si dovranno aspettare gli anni novanta per tornare a veder pubblicare nuovi testi significativi sugli eventi di quell’anno cruciale, ma saranno ormai non più testi narrativi, quanto piuttosto ricerche di taglio storico-culturale, come quella fondamentale di Jorge Volpi – La imaginación y el poder. Una historia intelectual de 1968 (1998) – che non casualmente esce a trent’anni dai fatti e viene elaborata da un autore nato proprio in quell’anno.

D’altronde nel corso di un altro anniversario, il 1993, il venticinquesimo, un evento non letterario aveva fatto riemergere la memoria collettiva, ma si era trattato dell’inaugurazione del monumento nella Plaza de las Tres Culturas dedicato alle vittime del massacro. Come è stato più volte evidenziato dalla ricerca storica, i monumenti ufficiali celebrano di solito eventi o personaggi considerati imprescindibili nella costruzione di una collettività, o per il loro valore fondativo o per qualche azione che ha contribuito a tale costruzione. Nel caso di Tlatelolco invece – come avviene ad esempio anche con i monumenti alla Resistenza in Italia – la stele ricorda le vittime di un conflitto tutto interno alla società messicana, e che si era cercato di rimuovere. La costruzione del monumento (e del successivo museo-memoriale) lo fa invece diventare un punto di riferimento non solo per i sopravvissuti, ma anche per tutti coloro che, a partire dalla ricostruzione della memoria, vorranno poi costruire progetti alternativi nella politica e nella società, per quella sociedad que se organiza che lo stesso Monsívais descriverà nelle sue cronache degli anni novanta e dell’inizio del nuovo millennio.

Bibliografia


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Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
Open Access Journal - ISSN électronique 1824-7482