Immagini, malgrado il testo, ‘attorno’ alla Shoah
Call aperta, scadenza 1 settembre 2026 - manifestazione di interesse entro il 31 maggio 2026 a
margherita.amatulli@uniurb.it e elisa.bricco@unige.it.
Il numero 46 della rivista online Publifarum si propone lo sviluppo della riflessione sulla poetica
fototestuale della memoria traumatica. Nello specifico, si tratta di indagare sulle modalità con
cui la fotestualità intercetta “le grandi tragedie storiche dell’umanità che sembrano avere
necessità di una testimonianza anche visiva”.
La fotografia, come testimonianza visiva e non solo, entra a pieno titolo all’interno della
cosiddetta ‘Letteratura della deportazione’, sia che si tratti di immagini patrimoniali di una
storia collettiva, sia di scatti privati che hanno a che vedere con la storia personale di un
soggetto coinvolto, in prima persona o in forma indiretta, nella Shoah.
Malgrado l’interdizione di scattare fotografie che vigeva nei campi di deportazione per far sì che
non sopravvivesse alcuna traccia di quanto avveniva, una grande quantità di immagini
circolava a fini discutibili e altrettante furono salvate dai prigionieri incaricati di bruciare tutti
gli archivi alla fine della guerra. Dalle foto dei lager scattate casualmente dagli aerei di
ricognizione degli eserciti alleati, a quelle dei cosiddetti ‘perpetratori’, fieri delle atrocità
commesse, o a quelle della liberazione, e più in generale a ogni sorta di testimonianza visiva
riconducibile alle persecuzioni contro gli ebrei, la fotografia rimane la “prova inconfutabile”
(Susan Sontag) per antonomasia, considerata ben più credibile dei racconti dei sopravvissuti
cui poteva non esser dato credito. Oltre a nutrire archivi ed esposizioni, è spesso resa loquace
dalla parola all’interno di testi di vario genere ascrivibili alla letteratura.
Sebbene nella maggior parte dei casi essa intervenga sotto la forma ecfrastica, non mancano
opere che nascono proprio dall’urgenza di mostrare esplicitamente quelle fotografie, per
testimoniare o magari costruire, proprio grazie a esse, in forma allusiva o diretta, un discorso
metariflessivo. Quest’ultimo ruota spesso sui limiti e le potenzialità specifiche dell’immagine,
come nel caso di Images malgré tout (Paris, Minuit, 2003) di Didi Huberman che, accusato di
aver feticizzato quattro fotografie ritrovate di Auschwitz in una forma di voyeurismo perverso,
difende la tesi del doppio regime dell’immagine che si muove tra verità e oscurità, dal momento
che essa stringe con la verità, che pur testimonia, un rapporto frammentario e lacunoso.
Alle ‘immagini malgrado tutto’, si aggiunge anche l’interrogazione sulla pertinenza e la
necessità delle fotografie ‘malgrado il testo’, sulle modalità attraverso cui la componente
testuale conferma, duplica, completa o sviluppa quelle riproduzioni, su come le lavora
sintagmaticamente e semanticamente, e su come le riposiziona per orientarne la lettura e
collocarsi in un determinato ambito narrativo. Quest’ultimo spazia dalla biografia alle varie
scritture del sé, dalla testimonianza alla finzione, attraversando un territorio non solo letterario,
ma anche metodologico sempre più variegato che convoca, tra gli altri, i Memory Studies, i
Trauma Studies, oltre agli studi inerenti alla cultura visuale.
L’uso di fonti visive non necessariamente coeve e la loro negoziazione testuale richiama
altrettanti ambiti di ricerca e pone quesiti simili e diversi all’interno di testi postmemoriali,
secondo l’ormai nota definizione di Marianne Hirsch. Le riproduzioni fotografiche assolvono qui
non più, e non solo, a un ruolo documentale o testimoniale, ma partecipano piuttosto al
tentativo di ricostruzione di una storia personale genealogica spesso sottaciuta e recisa dalla
Storia. All’interno di testi quasi archeologici, dalla forte carica performativa, che si muovono
sul filo del paradigma indiziario e assumono spesso la forma del racconto di filiazione, le foto
di famiglia, le riproduzioni di documenti, le immagini di luoghi partecipano al tentativo di
ricostruire il passato a partire dal presente, per sopperire, spesso anche attraverso
l’invenzione, alle lacune di una memoria assente di cui gli inserti visivi mostrano tutta la
fragilità.
Immagini, immaginazione e scrittura dialogano anche all’interno di opere catalogabili
nell’ambito della postmemoria affiliativa, cioè firmate da scrittori che hanno con quel trauma
solo un rapporto culturalmente mediato, così come all’interno di un altro tipo di postmemoria,
quello che Marianne Hirsch estende a opere che si riferiscono a traumi diversi dall’Olocausto
e afferenti ad altre guerre e migrazioni.
Alla luce di queste premesse, che non esauriscono gli spunti di riflessione, sono molte le
proposte fototestuali che si iscrivono ‘attorno’ alla Shoah. Indagarle porterebbe a riflettere
sulle forme della memoria e della sua trasmissione a partire dall’abbozzo di un repertorio di
soluzioni retoriche, formali e poetiche di una fototestualità in perpetua mutazione, parallela
alle mutazioni delle forme della letteratura che sempre di più articola il nesso tra esperienza e
sperimentazione.
Si prega di inviare una manifestazione di interesse entro il 31 maggio 2026 a
margherita.amatulli@uniurb.it e elisa.bricco@unige.it.
La consegna degli articoli è prevista per il 1 settembre 2026. Si procederà poi alla revisione in
doppio cieco come previsto dalle norme editoriali della rivista.